Oltre il riciclo: dalla culla alla culla

Pubblicato il martedì, 31 ottobre 2017

Eliminare il concetto di rifiuto, rivoluzionando i sistemi di produzione e di progettazione dei beni. Secondo il chimico tedesco Michael Braungart, guru del modello “Cradle to Cradle”, si può fare. Le cosiddette 4 R (Riciclare, Ridurre, Regolamentare, Riutilizzare) sono un modo per "limitare i danni", ma restano legate alla “riduzione dell’impronta ambientale”. Un concetto da rifiutare perché non scende abbastanza in profondità, operando all'interno dello stesso sistema che ha causato il problema e lo rallenta sia con proibizioni morali sia con sanzioni. Implica un “errore che l’uomo si porta dietro”, mentre noi abbiamo enormi potenzialità inespresse per giovare al pianeta.

Da quando ha lasciato la direzione del presidio sulla chimica di Greenpeace, circa 30 anni fa, Braungart sta aiutando migliaia di aziende a esprimere queste potenzialità. Lo fa attraverso l’Environmental Protection Encouragement Agency da lui fondata, dove sono create vernici che mangiano lo smog, moquette che puliscono l’aria, magliette biodegradabili e molti altri ritrovati innovativi. Tutti i prodotti portano il bollino C2C, ormai molto popolare negli USA e promosso attivamente anche da un drappello di celebrità.

Nell’articolo “Credetemi, il mondo non è usa e getta”, pubblicato il 23 ottobre sul quotidiano Il Corriere della Sera, Elena Comelli spiega la posizione di Braungart. La vera sfida non è mutare la struttura industriale attuale, che si limita a minimizzare i danni, ma ripensare dalle radici un nuovo modello produttivo: un sistema industriale virtuoso, in grado di eliminare i rifiuti.

Il primo passo consiste nell’evitare il riciclaggio, riportando alla natura ciò che è stato "prelevato" in termini di materie prime. E’ quindi necessario progettare un bene e pensare al modo per evitare la sua morte. Dalla culla alla culla e non più dalla culla alla tomba (della discarica): questa la celebre formula del chimico tedesco. Nell’era del design rigenerativo è necessario escludere i materiali tossici e organizzare la catena distributiva dando modo ai prodotti di tornare al loro bacino d’origine. Per i materiali organici il ritorno porta alla terra, per i materiali tecnici il riutilizzo è invece infinito. Quando i due materiali vengono uniti in un prodotto, la responsabilità del riutilizzo ricade sulle spalle del produttore. In questo modo i rifiuti industriali sarebbero praticamente azzerati.

Come far funzionare questo modello in un’economia di mercato, basata sulla domanda del cliente? Dovremmo passare dalla vendita di prodotti alla vendita di servizi, forma di leasing ecologico che permette di utilizzare materiali migliori di quelli oggi utilizzati per minimizzare i costi. Braungart cita l’esempio della macchina noleggiata per compiere una certa distanza, i cui componenti sono incollati, non più saldati, e poi staccati e riutilizzati.

Apparentemente futuristico, ma è tutto reale. Airbus, ad esempio, ha ridotto i costi del 20% grazie ai rivestimenti per sedili biodegradabili, certificati C2C. Come dice Braungart, “ci vuole pazienza, ma alla fine il cerchio si chiude”.

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